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ll Museo Nazionale Etrusco di Tarquinia

  • Immagine del redattore: Rossana
    Rossana
  • 25 lug 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 27 lug 2025

ll Museo Nazionale Etrusco di Tarquinia


Photo Paolo Villa VR 2016 (VT) F0163960tris Palazzo Vitelleschi, cavalli alati bardati, scultura etrusca ellenistica,
Photo Paolo Villa VR 2016 (VT) F0163960tris Palazzo Vitelleschi, cavalli alati bardati, scultura etrusca ellenistica,


Il Museo Nazionale Etrusco di Tarquinia, uno dei più importanti d'Italia, si trova all'interno di Palazzo Vitelleschi.

Questo imponente edificio fu commissionato tra il 1436 e il 1439 da Giovanni Vitelleschi, arcivescovo di Firenze, e completato tra il 1460 e il 1490.


Il palazzo, frutto della riorganizzazione di precedenti abitazioni di famiglia, presenta un'architettura complessa con un ampio cortile interno e porticati con archi a sesto acuto.

La sua facciata rivela una fusione di elementi gotici (come i finestroni a sesto acuto) e rinascimentali (portale timpanato, finestrone con arco a tutto sesto, loggia).


La trasformazione definitiva del palazzo in museo avvenne nel 1924, quando le collezioni comunali si fusero con quelle private, arricchendosi progressivamente nel tempo, inclusi quattro tombe dalla necropoli dei Monterozzi aggiunte negli anni Cinquanta.


Tomba del Triclinio (480-470 a.C.)


La Tomba del Triclinio, scoperta nel 1830 e trasferita al museo nel 1949, è un eccezionale esempio di pittura funeraria etrusca del V secolo a.C., nonostante i danni subiti dall'umidità.


Gli affreschi, staccati e ricollocati in un ambiente controllato che ricrea la tomba originale, raffigurano una serena scena di banchetto funebre all'aperto.

Sulla parete di fondo sono rappresentate tre coppie sdraiate sui triclini, circondate da servitori. Le pareti laterali mostrano scene di danza con giovani accompagnati da un citaredo e un flautista.

La decorazione include alberelli, un soffitto che imita una tenda a scacchi colorati, e fregi con onde marine stilizzate e un tralcio d'edera.

Le figure, con i loro chitoni dai colori tenui, mostrano raffinatezze stilistiche come la rappresentazione dell'occhio di scorcio, suggerendo l'influenza di pittori greci o etruschi formatisi in Grecia.


Oinochoe a figure rosse attribuita al Maestro di Alcesti (360-340 a.C.)


Questa oinochoe da vino, rinvenuta nella necropoli dei Monterozzi, è uno degli esempi meglio conservati di ceramica a figure rosse del museo.

Il vaso presenta una scena figurata con tre personaggi non ancora identificati: un giovane nudo seduto su una roccia che si rivolge a due figure in piedi, tra cui un altro giovane nudo e una donna a seno nudo.

Motivi decorativi includono volute e palmette stilizzate sull'ansa e una fascia geometrica con meandri e metope.

Si ipotizza provenga da Vulci, dalla bottega del "Maestro di Alcesti", un artista anonimo noto per la sua maestria nella composizione e nel disegno. Lo stile denota influenze greche ma con una gestualità più libera, tipica del gusto etrusco in evoluzione.


Sarcofago di Velthur Partunus (detto del Magnate) (Terzo quarto del IV secolo a.C.)


Il monumentale Sarcofago di Velthur Partunus, proveniente dalla tomba dei Partunus nella necropoli dei Monterozzi, è il più grande sarcofago al piano terra di Palazzo Vitelleschi. Realizzato in calcare bianco con tracce di policromia, raffigura Velthur, probabilmente il capostipite della famiglia, sdraiato su un fianco.

Il personaggio, avvolto in un mantello, regge una patera, simbolo di offerte rituali. Il suo alto rango sociale è evidenziato dal ventre nudo (sinonimo di opulenza etrusca) e dalla complessa decorazione del coperchio.

Alle estremità, sono presenti sfingi e un mascherone di Achelòo a sinistra, e un busto femminile tra due leoni accovacciati a destra. Questa tipologia di sarcofago, diffusa nelle officine etrusche del IV secolo a.C., mostra influenze orientalizzanti e contatti con la Magna Grecia, con abbondanti tracce di policromia.


Cavalli alati (IV-III secolo a.C.)


Il frammento di altorilievo dei Cavalli alati, scoperto nel 1938, proviene dalla decorazione frontonale dell'Ara della Regina, un immenso tempio a Tarquinia.

È un magnifico esempio di coroplastica etrusca di epoca ellenistica. Rappresenta due cavalli alati riccamente bardati, che scalpitano nervosamente.

Si ipotizza che facessero parte di una più complessa figurazione mitologica con un carro sacro trainato da questi cavalli, forse con una divinità.

Il realismo degli animali, con dettagli anatomici accentuati, suggerisce contatti con maestranze greche o provenienti dalle colonie italiote.

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